giovedì 19 febbraio 2009

ANCORA SUL PD (E SUI GIORNALISTI)

Alcuni articoli apparsi stamane sulla stampa nazionale sulle vicende del PD, m’inducono a riintervenire sull’argomento. Si tratta di due differenti articoli che, scritti da differenti giornalisti, e partendo da fatti indipendenti, infine convergono nel diagnosticare la malattia del PD. I medici si sono pronunciati: si tratta di carenza di realismo, questi dirigenti non hanno capito cosa vogliono gli italiani. Vorrei ora dire a questi emeriti giornalisti che si sono persi un pezzo della realtà che pretendono di descrivere: che i giornalisti, la stampa è parte del problema. Come ho detto in un altro post, c’è in Italia un gravissimo problema di classe dirigente, intesa come questa ragnatela di interessi individuali che si sono venuti a saldare tra loro, fino ad avviluppare e a paralizzare la società italiana. Insomma, a politici, a giornalisti, ad industriali, a pezzi importanti della magistratura, di cosa pensino gli italiani non importa proprio nulla. La democrazia in Italia è una recita, i politici vendono la loro immagine agli elettori, così come si vende un prodotto mediante la pubblicità. Come a chi vende il prodotto, non importa nulla delle reali esigenze dei consumatori, e la pubblicità serve proprio ad ingannarlo, facendogli credere che quell’oggetto reclamizzato gli sia indispensabile, così, allo stesso identico modo, i politici devono farsi scegliere, facendo credere agli elettori che i provvedimenti che saranno in grado di assumere serviranno a rispondere alle loro esigenze. Ma qui sta il punto: è possibile definire in maniera obiettiva cosa la gente voglia? O invece l’abilità sta proprio non tanto nel promettere qualcosa che egli vuole, ma nel fargli volere quello che a noi fa comodo che voglia? C’è insomma una traboccante retorica della libertà, che circola ampiamente in tutto il mondo occidentale. Neanche i blogs ne sono immuni. La parola libertà la usa la destra, che addirittura l’ha assunta perfino nel nome del proprio partito (il PDL), come a sinistra, come da parte di ognuno di noi che pretende di essere libero di scegliere. Io vorrei vi fermaste un attimo a riflettere di come, a fronte di questa plebiscitaria richiesta di libertà di scegliere, nessuna società storicamente è stata mai così conformista, i comportamenti individuali non sono mai stati così simili, come oggi. Una libertà di scelta non esercitata non è libertà, il problema non è se potenzialmente io potrei comportarmi differentemente da come faccio, ma se nella realtà dei fatti esercito questa libertà. Perché allora, dovrei spiegarmi perché non l’ho esercitata, non dico io e oggi, ma statisticamente perché le libertà che pure abbiamo non vengano esercitate. A me pare ovvio che il punto fondamentale sta in quello che la società attorno a me è in grado di provocare nel mio cervello, di come l’esproprio di noi stessi avviene nella maniera più intima e per noi meno controllabile. Se noi dimentichiamo questa capacità di condizionamento che la società esercita su di noi, ci perdiamo il momento fondamentale, e rischiamo di non riuscire a capire nulla di ciò che avviene davvero nelle società.
Ora, tornando all’argomento iniziale, se davvero ciò che la gente pensa non è il dato di partenza, perché è possibile condizionarla proprio su questo punto, il punto fondamentale da chiedere al politico non è di interpretare cosa la gente voglia, ma sapere cosa serve alla società. La politica dovrebbe cioè essere programmatica, io mi propongo perché sono convinto che per l’interesse collettivo bisognerebbe fare questo e quello, ed io vi dico che ho un percorso per giungere a questi obiettivi che mi propongo. Il politico dev’essere onesto, competente e convincente, non uno che ogni mattina, come Berlusconi, si legge i sondaggi demoscopici. La critica che io faccio al PD è proprio questa: vi proponete per fare qualcosa? E cosa, di grazia? O invece vi proponete perchè, pur essendo stati superati dalla storia, avete adottato la politica come professione e non sapreste fare altro della vostra vita? Secondo me, nessuno interpreta il vuoto totale di prospettiva ideale e programmatica come questi dirigenti del PD, sopravvissuti a loro stessi e alle loro vecchie formazioni politiche. La loro ingombrante presenza sulla scena politica serve solo ad impedire ad altri di occupare lo spazio dell'opposizione, e in questo senso, l'unica cosa sensata che dovrebbero fare, è andare a casa.

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